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Popolazioni dell'Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa
Popolazioni dell'Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Etiopia: la Valle dell’Omo e il Parco Bale

IL VIAGGIO DI MARILISA IN ETIOPIA

Testo e Foto di Marilisa.

ITINERARIO

  1. Giorno 1 Italia-Addis Abeba
  2. Giorno 2 Addis Abeba -Awasa
  3. Giorno 3 Awasa – Paese dei Borana – Yavello
  4. Giorno 4 Yavello – El Sod – Konso
  5. Giorno 5 Konso -Turmi
  6. Giorno 6 Turmi – Mercato – Omorate – Turmi
  7. Giorno 7 Paese dei Mursi e dei Karo
  8. Giorno 8 Paese dei Mursi e dei Karo
  9. Giorno 9 Jinka – Arba Minch
  10. Giorno 10 Arba Minch
  11. Giorno 11 Arba Minch – Wondo Ghenet
  12. Giorno 12 Bale Mountains National Park
  13. Giorno 13 Bale Mountains National Park
  14. Giorno 14 Bale Mountain National Park – Addis Abeba
  15. Giorno 15 Addis Abeba – Italia

INTRODUZIONE

Come sempre è difficile trovare le parole giuste per raccontare la mia esperienza africana i ricordi si affollano nella mente, e, insieme alle emozioni vissute, litigano per uscire per primi.

Quando scrivo dell’Africa, mi auguro sempre di non dimenticare ogni dettaglio osservato, ogni emozione vissuta, ogni panorama goduto, ogni espressione del viso scrutata, ogni sorriso ricevuto in dono dalle persone del luogo (e dai bimbi in particolare) incrociate.

In Africa si incrociano mille destini, popolazioni diverse interagiscono tra loro, in un miscuglio di odori, colori, tradizioni particolari.

Bambina, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Bambina, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Il viaggio in Etiopia è nato quasi per caso, figlio di un periodo di stress di lavoro un giro in Internet, supportato dalla voglia sempre costante di viaggiare.e puff.. in tre giorni, deciso la meta, il giro, il tour operator prenotato il tour, organizzato il bagaglio e il 20 dicembrein volo verso Addis Abeba!

Ad attendermi in Etiopia, vi erano Feleke (che in amarico vuol dire ‘sorgente’), la mia guida etiope parlante un perfetto italiano (avendo lavorato tanti anni per l’Ambasciata Italiana ad Addis Abeba), Anteneh, l’autista, timido e dagli occhi birbanti, della jeep in cui viaggiavo (un etiope, come molti africani, dall’età incerta: suo padre ne ha registrato la nascita 29 anni fa, ma la madre sostiene di averlo partorito più di 30 anni fa!), Belagio, il cuoco etiope che a Capodanno ci ha preparato un super torta per festeggiare il 2007, Salomon, l’autista dell’altra jeep, Luca e Teresa, una coppia formata da poco e conosciutisi in Mali, tre anni fa, ed infine la vera scoperta del mio viaggio etiope, ‘croce e delizia’ di ogni giorno trascorso in Etiopia, Liliana, una zitella milanese di 72 anni che, per non festeggiare le feste natalizie in solitudine, ha viaggiato per mezzo mondo, ma che ricorda poco o nulla di ciò che ha visitato, se non ‘tante mucchine e tanti grattacieli a Bankok’!!

Se qualcuno mi chiedesse il ‘perché’ di un viaggio in Etiopia, non saprei cosa rispondere..se non, prima e soprattutto, un contatto ‘indimenticabile’ con la gente locale, la dolcezza degli sguardi delle donne e l’allegria dei bimbi che ti circondano, festanti.

Negli ultimi anni ho viaggiato un po’ e, essendo io napoletana, caratterialmente sono molto allegra e faccio amicizia facilmente, ritengo l’ospitalità una cosa sacra e sono disponibile sempre verso tutti..ma il popolo etiope è qualcosa di unico e magico.non ho mai incontrato persone così allegre (anche possedendo poco) e ospitali, coinvolgenti e dai sorridi che ti riscaldano il cuore e ti fanno sentire parte della ‘loro’ vita!

Anziana che fila, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Anziana che fila, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Quando la mia jeep attraversava i villaggi, o lungo i bordi delle strade, nei letti dei fiumi o fuori, innanzi le proprie abitazioni, le donne mi osservavano, i loro occhi che incrociavano il mio sguardo si illuminavano e i loro visi si piegavano all’ingiù, in segno di rispetto e saluto così come gli uomini mi sorridevano, con i loro sorrisi luminosissimi e mi lanciavano un ‘salam’ (in amarico: salve) al volo, facendo volteggiare le loro scure mani nei cieli turchini.

Ma sono, come sempre, i bimbi che ti restano impressi nella mente e nei ricordi i loro sorrisi allegri, gli occhietti furbetti, le loro corse per raggiungerti solo per stringere la tua mano o per chiederti una caramella o la bottiglia d’acqua vuota, per osservare la macchinetta fotografica o la videocamera, per giocare con i tuoi occhiali da sole e, nel mio caso, per giocare con i miei lunghi capelli schiariti dal sole.

Credo che questo mi resterà per sempre nel cuore: molti bimbi, appena vedevano i miei lunghi capelli, mi chiedevano di piegarmi per poter giocare con loro..alcune bambine hammer, mi hanno anche infilato delle forcine di perline tra le ciocche dei capelli.e sorridevano soddisfatte, una volta conclusa la ‘pettinatura’.

Il sud dell’Etiopia è davvero stupendo, ricco di contrasti e davvero selvaggio, in alcune zone l’uomo non è riuscito ad avere la meglio sulla natura né a dominarla.

Non dimenticherò mai i paesaggi mozzafiato che ho visto ed i sorrisi delle persone incontrate, la loro allegria e semplicità, la loro curiosità ed ospitalità.

Donna con bambino, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Donna con bambino, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

L’Etiopia del Sud è davvero meravigliosa: la natura è molto varia e lungo tutta la Valle dell’Omo (e fino al Lago Turkana) vivono delle popolazioni ‘stranissime’ con le loro tradizioni ed usi particolari, ma ciò che affascina più di tutto, oltre i Mursi e gli altri popoli la cui vita sembra essersi fermata nel tempo, è la gente che si incontra per strada, se vai a comprare una coca cola in una botteguccia fatta di lamiere, se partecipi a qualche partita di biliardino o di ping pong (gruppi di ragazzini e giovani uomini riuniti intorno i biliardini o ai tavoli di ping pong, in ogni angolo di strada), se ti fermi a riposare un po’ o se decidi di passeggiare un po’ per i paesini o fuori i villaggi africani: bimbi ed anziani, donne con la schiena carica di fardelli (figli, recipienti per l’acqua, fasci di legna da ardere) e uomini sui carrettini di legno trainati dagli asini, si fermano ad osservarti, illuminano il loro viso con splendidi sorrisi e ti offrono la mano per il loro saluto tipico.

Il viaggio inizia: ADDIS ABEBA – PARCO NAZIONALE DEL LAGO ABIATA – SHALA – LAGO AWASA – MERCATO DEL PESCE.

Sono giunta ad Addis Abeba dopo un non lunghissimo volo della Ethiopian Airlines, Roma-Addis Abeba (durato circa 6 ore): appena messo piede nella capitale etiope, subito mi sono resa conto che la città è davvero ‘africana’.

Addis Abeba (che in amarico vuol dire ‘nuovo fiore’) è una caotica città africana, nata, cresciuta e sviluppatesi solo con gli africani (senza nessuna mano dell’uomo bianco!).l’occidente e la modernità al servizio degli africani, palazzi alti una decina di piani, costruiti e circondati da impalcature di legno che sembrano cadere.

Bambina, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Bambina, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Università con i parchi pieni di giovani studenti e bimbi che giocano ancora a rincorrere la ruota o ad intagliare gli animali di legno o a lavorare pietre di tufo per farne uscire della macchinine..strade intasate dal traffico e persone, innervosite nelle proprie auto, che strombazzano i clacson della propria macchina per far passare le caprette che ingombrano la strada o mucche sfuggite al controllo di qualche pastore che vive ai bordi della città o per far accelerare il cammino dei muli che trascinano i carrettini di legno.

Addis Abeba, situata a circa 2500 mt sul livello del mare e che ti invita a visitarla con la sua temperatura gradevole e primaverile, è una strana mescolanza di moderno e di passato: moderne sono le insegne luminose e i cartelloni pubblicitari e antiche sono le vecchie statue imperiali.. moderni sono gli alti palazzi che ospitano gli uffici e che dominano dall’alto capanne di fango e paglia, con i tetti in lamiera, con la capretta che bruca l’erbetta del giardino pubblico e il sempre acceso fuoco africano fuori la capanna.per la strada si incrociano i preti copti con i loro abiti lunghi ed i visi austeri, poco lontano dalle ragazzine che si prostituiscono o dai bimbi che chiedono, lungo i bordi delle vie, qualche soldino per sopravvivere….alle donne, inguainate in begli abiti occidentali e impegnate in lunghe conversazioni al cellulare, si succedono altre donne, abbigliate con i vestiti tradizionali del popolo di appartenenza e piegate dal peso delle fascine di legno che portano sulla schiena.

Focolare con la moka, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Focolare con la moka, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Ad Addis Abeba non si può non visitare il Museo Nazionale che ospita i resti fossili dell’ominide Lucy (quanto si osserva è una copia.i veri resti sono conservati lontano dalla vista dei curiosi!): in questo museo, accanto a Lucy, si possono osservare i troni imperiali e gli abiti indossati da Menelik, dipinti di artisti etiopi e oggetti e testimonianze dei periodi aksumita, salomonico e di Gondar. Davvero simpatico è stato incrociare, in questo museo, scolaresche di ogni età: questi bimbi, incuriositi dalla presenza dei turisti, dalla magia delle macchinette fotografiche e delle videocamere, seguivano, con le orecchie, le spiegazioni dei propri insegnanti e, con gli occhi, i nostri movimenti, ridacchiando tra loro, se gli si faceva un occhiolino e si mettevano in posa, se scattavi loro qualche fotografia.

Popolazione etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Popolazione etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Il giro ad Addis Abeba è durato pochissimo: dopo aver fatto colazione presso un tipico bar, aver percorso, in jeep, le principali strade, esserci mischiati un po’ con la gente del centro, aver visitato una chiesa (ove si celebrava la messa, davvero suggestiva e profumata di incenso..nelle chiese si entra senza scarpe – fondamentale quindi è avere sempre con sé dei calzini! – ), aver gironzolato per delle botteghe fatte di lamiera, presenti lungo il bordo della strada, aver goduto del panorama di Addis Abeba, da un’alta collinetta, accompagnati dagli alti e profumati eucalipti, (gli etiopi usano coltivare gli eucalipti, il cui forte legno viene utilizzato per le costruzioni) ci siamo diretti verso il lago Abiata. Il Lago Abiata, insieme al lago gemello Shala, fa parte del parco Nazionale del lago Abiata-Shala: se il primo è ricco di pesce e di uccelli, il secondo viene chiamato dai locali ‘ il lago del diavolo’, non solo per la mancanza di pesce ivi presente ma anche perché, data la sua particolare forma a mò di rettangolo, una volta entrati nel lago, non se ne esce più.

La strada di accesso ai laghi è piuttosto lunga, tortuosa e complessa: chiamarla strada, poi, è un modo di dire, perché intanto esiste, perché le ruote delle jeep scavano dei sentieri.ed infatti, è uso dei ragazzini (per racimolare dei soldini), una volta fatta passata l’auto, ‘cancellare’ i sentieri scavati dalle ruote delle jeep e di offrire, dietro compenso (tutto da contrattare!!!), il proprio aiuto ‘per aiutare i poveri turisti a ritrovare la via d’uscita dal parco’. La visita al lago Abiata è stata spettacolare..il cielo azzurro si confondeva con le acque del lago, e su queste ultime dominavano migliaia di fenicotteri rosa: ai fenicotteri intenti a mangiucchiare, muovendo ritmicamente e dolcemente il lungo collo, si succedevano quelli che, dopo aver volato un po’ in giro, si fermavano a riposare, accoccolandosi lungo la riva del lago.

Ragazzo a cavallo, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Ragazzo a cavallo, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Intorno il lago, vi erano dei pescatori che sistemavano il pescato e dei bimbi che giocherellavano con dei giocattoli di plastica. Siamo giunti sulle rive del lago Awasa a notte inoltrata e accompagnati da strane urla notturna. Queste urla, il mattino dopo, le abbiamo associate alle decine di scimmie che giocavano sugli alberi..antichi ed enormi alberi che donavano ombra e frescura all’hotel in cui avevamo riposato. Accanto alle scimmiette, piccole e dispettose, golose di pane e frutta, vi erano i columbus bianchi e neri, che giocavano saltando da un ramo ad un altro degli alberi e che si mostravano senza imbarazzo allo sguardo di noi turisti ed enormi e timide cicogne, appollaiate sui nodosi rami dei pini abissini. La colazione, quindi, è stata lunga, scandita dai giochi delle scimmie e dei columbus, sotto osservazione delle attente cicogne, gustata con dell’ottima marmellata e un superbo caffè, dal profumo intenso e dal sapore deciso!

La mattina però è trascorsa fantasticamente sulle rive del lago Awasa, tra pescatori che pulivano il pesce, uccelli (martin pescatori, aironi, cicogne, pivieri) che, mentre intrecciavano voli nel cielo azzurro, erano pronti a ‘tuffarsi’ sui resti del pesce scartato, donne che stendevano teli in terra per vendere la propria mercanzia, ragazzini che scorazzavano di barca in barca per aiutare a districare le reti o a trasportare il pesce, uomini, ai remi delle proprie barchettine, che attraversavano il lago per raccogliere le reti, accompagnati da pigri pellicani, anziane donne che, sedute al fresco degli alberi, controllavano le vendite del pesce.

E poi siamo arrivati noi i bimbi a correre verso di noi, per venderci il pesce (soprattutto pesce gatto) o per osservare, incuriositi, i nostri ‘aggeggi’ moderni.

E, dopo aver goduto un po’ di vita quotidiana africana, aver sorriso ai bimbi, e aver osservato le vendite del pesce (qui gli acquisti si contrattano!), siamo ripartiti alla volta di Yavello, fermandoci a delle coltivazioni di caffè.

L’Etiopia del Sud è ricca di coltivazioni di caffè, soprattutto della pregiata qualità ‘arabica’: il caffè, qui, oltre ad essere un ‘sacro’ rito della giornata, è anche tra i principali prodotti di esportazione.

Popolazioni dell'Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Popolazioni dell’Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Le coltivazioni di caffè sono lontane dai centri abitati.e molte di queste sono situate lungo le stradine percorse dai pochi veicoli (soprattutto vetusti camion italiani, da noi fuori produzione da 50 anni) che trasportano materiale e cibo da un villaggio ad un altro.

Il turismo in Etiopia del Sud non è molto accentuato (anche se negli ultimi anni, il numero di turisti sta crescendo in maniera esponenziale) e quindi al passaggio delle jeep di ‘visitatori’, i bimbi si allontanano dalle loro abitazioni e dalle loro classi, per correre a salutare i bianchi, le donne si affacciano dalle loro capanne, altrettanto incuriosite, e gli uomini fermano il proprio lavoro, per lanciare uno sguardo verso le jeep dei turisti che percorrono le anguste e tortuose strade.

Siamo scesi ad osservare come gli etiopi lavorano il caffè..e per entrare in un campo di lavorazione abbiamo prima dovuto salutare una decina di bimbi, scappati dalle sottane delle mamme, che festeggiavano il nostro arrivo, e stringere la mano alle donne che ci invitavano a sederci nei loro ‘ristoranti’, per bere del caffè.

Siamo entrati in un campo di lavorazione del caffè, sotto lo sguardo dei bimbi più timidi, nascosti dietro gli alberi o il corpo dei fratellini più grandi.e ci siamo immersi in ‘laghi’ dorati di caffè: i chicchi di caffè, subito dopo la raccolta, vengono stesi al sole, ad asciugare e a seccare.

Inutile dire che ho ‘rubato’ dei chicci scuri di caffè appena raccolti e dal profumo aromatico e selvatico e dei chicchi, invece, dorati dal sole, che ora conservo nel mio cassettino dei ‘ricordi di viaggio’, insieme a delle piume rosa di fenicottero o particolari pietre raccolte lungo la strada, e monetine etiopi e braccialetti hammer.

Il viaggio continua: YAVELLO – EL SOD – POPOLAZIONE DEI BORANA – POZZI CHE CANTANO.

La sosta a Yavello è d’obbligo, in quanto è un micro paese situato vicino i famosi ‘Pozzi che cantano’ e l’affascinante ‘El Sod’. Dormire nel Yavello Hotel, accanto al distributore di benzina Mobil è ormai consuetudine per i turisti e per i locali ‘ricchi’.

Questo hotel è di recente costruzione e si colloca tra gli alberghi di alta categoria. Ma.e qui il ma è doveroso, l’occidentale che, leggendo sulle guide etiopi o dei tour operator ‘hotel di alta categoria’ , pensa di trovare in tali hotel non dico il lusso, ma almeno stanze confortevoli e bagni modesti, si sbaglia di grosso.

Popolazione etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Popolazione etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Lo standard degli hotel etiopi (Etiopia del Sud, e comunque quelli da me visitati) è molto basso, l’hotel etiope classificato di ‘alta categoria’ per i turisti, per noi occidentali è tendente all’insufficienza: non parlo di arredi, che sono vecchi e tarlati, ma di ‘pulizia’, che qui è un’opinione. Per chi, come me, non si spaventa di dormire in compagnia di scarafaggi e insetti vari, (ero preparata, comunque, agli hotel in cui avrei soggiornato!), o di lavarsi in condizioni precarie e pregando che l’acqua dalla doccia continuasse a scorrere, anche dopo essermi insaponata o di pranzare con piatti e bicchieri che ‘chiaramente’ mostravano i segni delle labbra altrui (non è sbagliato portare con sé bicchierini o tazzine – ad es preso dall’aereo), anche trascorrere le ore in questi hotel ‘lussuosi’ fa parte dell’avventura ‘Africa’.

Naturalmente discorso diverso è per gli hotel ad Addis Abeba, hotel occidentali da tutti i punti di vista.ma lontano da Addis Abeba, gli alberghi sono vecchissimi e sporchi, e in alcuni (quelli di bassa categoria) ci si deve stare attenti a dormire: pidocchi e zecche, in questi ultimi hotel, possono accogliere i turisti nei loro letti (quindi consiglio di portare con sé i sacchi lenzuolo!).

Come necessario, perché non i tutti gli hotel ove ho soggiornato ho trovato, portare con sé sempre della cartaigienica e del sapone liquido: soprattutto il sapone è considerato un lusso e quindi difficile da reperire, soprattutto in zone lontane da Addis Abeba.

Se il pomeriggio è trascorso a gironzolare, libera e curiosa, tra le botteghe di lamiera che esponevano merce di qualsiasi tipo e ragazzi che ti invitavano a sedere sulle loro sgangherate sedioline, per lustrarti le scarpe, e bimbetti che ti ‘sfidavano’ a giocare con loro a biliardino o ping pong, la serata mi ha vista impegnata a bere coca cola (davvero un lusso, in zona) e a conversare dell’avventuroso viaggio che due motociclisti italiani, incontrati in hotel, stavano facendo: la loro intenzione era percorrere Etiopia/Sud Africa, attraversando vari stati africani, in alcune settimane e a bordo di due motociclette super ‘rinforzate’.

Paesaggio, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Paesaggio, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Yavello ed i suoi dintorni, è abitata dai Borana, etnia di origine oromo: i borana sono fieri allevatori e riescono a far sopravvivere le loro mandrie in condizioni davvero straordinarie. Anche durante la stagione secca, il bestiame dei Borana non soffre la sete: infatti questa popolazione ha approntato dei formidabili sistemi di approvvigionamento di acqua, scavando passaggi per le mandrie anche nella roccia più dura. Nel terreno vengono scavati dei pozzi profondi e ad ogni famiglia (quando ci si riferisce alla
famiglia africana si parla sempre del clan) ne viene assegnato uno. Ogni pozzo ha un abbeveratoio, che, se non è pieno di acqua, perché è stagione secca, allora viene riempito dalle forti braccia degli uomini borana: quando il bestiame deve abbeverarsi, gli uomini formano una specie di catena umana fino in fondo al pozzo, passandosi l’un l’altro secchi pieni d’acqua dal fondo alla superficie, dove gli abbeveratoi vengono gradualmente riempiti. Poiché è un lavoro molto faticoso, gli uomini, per farsi forza a vicenda e per tranquillizzare gli animali, cantano tutti insieme.

Lo spettacolo è davvero notevole: sentire questi canti, provenire dal profondo pozzo e continuare fin l’abbeveratoio, in un coro unico e antico, fa venire i brividi: gli occhi sono incollati ad osservare i muscolosi corpi degli uomini, impegnati a raccogliere l’acqua e le orecchie sono riempite dei loro canti, ripetitivi e rilassanti. Da qui il nome dei ‘pozzi che cantano’. Però, i pozzi cantano davvero solo nella stagione secca (gennaio-marzo),
perché, durante tutti gli altri mesi, di acqua ve ne è a sufficienza e quindi questa tradizione secolare diviene solo uno spettacolo (a pagamento) per turisti.

Popolazione etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Popolazione etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Il villaggio sul cratere è poco distante da Yavello: popolato dai Borana, questo villaggio è famosissimo perché è accanto a El Sod, uno straordinario cratere che sprofonda per oltre 100 metri nelle viscere della terra per terminare in un lago vulcanico di colore nero. Il lago è salato, e gli uomini Borana, seminudi, e con l’aiuto di soli bastoni, estraggono il sale nero e fangoso, e molto pregiato.

Gli uomini sono aiutati, per il trasporto del sale, dagli asinelli, sui cui dorsi viene sistemato il sale appena estratto in sacchetti.e davvero affascinante è osservare il contrasto di colore tra l’acqua nera del lago, che cola dai sacchetti di sale appena raccolto, che riga la chiara pancia dell’asino e la pelle del somarello. Gli asini si arrampicano, lenti ed aggraziati, con i loro carichi di sale, lungo le salite ripide e a
strapiombo sul cratere, ed arrivano in cima accompagnati dagli incitamenti degli uomini e dei ragazzini, che mangiucchiano, a mò di caramelle, pezzettini di sale scuro, che colora la loro bocca in modo ‘sinistro’.

Osservare dall’alto il lago nero, che sembra una chiazza di petrolio, è affascinante, ma ‘immergersi’ in esso, anche solo con le dita, è emozionante, soprattutto considerando che la discesa verso il lago è davvero faticosa (per non parlare della salita!!)!

Popolazioni dell'Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Popolazioni dell’Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

La discesa verso il lago dura un’oretta (meno, per chi è abituato al trekking faticoso), non tanto per la difficoltà del percorso, quanto per il caldo torrido che ti opprime e per le soste obbligate che sei costretto a fare, soste perché si incontrano gli asinelli salire dal lago o perché si è costretti a cedere la strada a tartarughe che, lentamente e faticosamente, salgono lungo la via, o bimbetti che ti saltellano intorno, succhiando, fieri, le loro ‘caramelle’ di sale nero.

Man mano che ci si avvicina al lago nero, si osservano distintamente gli uomini lavorare, nel lago, per l’estrazione del sale, o sulle sue sponde, per caricare gli asinelli..ed è un lavoro continuo, un andirivieni costante di uomini lungo tutto il giorno, tra il lago nero e il villaggio che sorge sulle sponde del cratere.

La salita dal lago invece è piuttosto faticosa e dura dalle due alle tre ore: il caldo è infernale e il mio consiglio è di effettuare il trekking verso il lago di prima mattina, e di portare con sé una bottiglia di acqua. Ma se la salita risulta davvero difficile, ci sono i somarelli che aiutano i turisti in difficoltà: risalire (a pagamento) il cratere, a dorso di somaro, lungo le anguste stradine, è davvero inquietante, non solo perché devi stare ben stretto ai legacci del somaro ma anche perché le stradine sono a strapiombo sul lago, e ad ogni passo del somaro, ti sembra di cadere!

Villaggio, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Villaggio, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

La mia risalita però è stata scandita dall’eco che mi accompagnava spesso, o almeno da quello che io credevo fosse l’eco: ero l’ultima del mio gruppo.a scattare foto e a fermarmi di continuo per osservare il panorama, sono rimasta parecchio indietro, e quindi spesso urlavo il nome di Luca (mio marito) per salutarlo da lontano e per indicargli dove mi trovassi. Ed ogni volta che chiamavo Luca, sentivo il suo nome rimbombare, grazie all’eco nel cratere e poi Luca chiamava me, e di nuovo l’eco, finchè alla fine, di varie chiamate e di successivi echi, si sono sentite delle risate e così ho scoperto che nel cratere non c’era l’eco, ma solo festanti ragazzini che ripetevano ciò che ci urlavamo io e Luca!

Alla fine della mia risalita, mi sono ritrovata circondata dai ragazzini dell’eco, che mi hanno riaccompagnata fin su, alla mia jeep, sorridendomi e giocando con me.

Da questo giorno, è iniziato il mio shopping di braccialetti delle varie popolazioni della Valle dell’Omo: i borana amano cesellare l’alluminio e quindi i loro bracciali sono molto lavorati, con inserti di rame, a chiudere i bracciali; gli Hamer e i Karo, invece, lavorano le perline, con le quali creano dei bracciali coloratissimi, ed anche collane e caviglierine; ad Addis Abeba, invece, ci sono bravissimi artigiani che lavorano l’argento, creando dei braccialetti, orecchini, collanine davvero affascinanti.

Il viaggio continua: VALLE DELL’OMO E POPOLAZIONI.

Ciò che mi ha spinto a prenotare il viaggio in Etiopia del Sud è stato il desiderio di incontrare popolazioni di cui ho sempre letto, gente la cui vita sembra essersi fermata nel tempo, le cui tradizioni sono ancora ancestrali, il cui credo è legato alla natura ed al suo potere, ove esiste il culto dei ‘waga’ o la prova di ‘forza e coraggio’, quale il ‘salto del toro’, per il passaggio dei ragazzi hamer, da adolescenti a uomini.

La vita di queste popolazioni è scandita dalle piogge, dalle alluvioni del fiume, dalla transumanza per sfuggire alle punture della mosca tzè-tzè, alla siccità ed alla calura delle stagioni secche.

Alcune popolazioni hanno abbandonato le proprie terre, divenute desertiche, e giunte nelle terre di altre popolazioni, sono state costrette a combattere, per potersi insediare.

La siccità ha spinto i Mursi a restare nei confini del Parco Nazionale del Mago e quindi sono diventati inevitabili gli scontri con i Bodi e con i Karo. Negli anni settanta sono apparsi i fucili anche sulle rive dell’Omo e ai confini col Kenya, e gli scontri etnici sono diventati battaglie crudeli, molte di queste avvengono ancora oggi tra le popolazioni confinanti lungo il Lago Turkana, per i furti del bestiame e per gli sconfinamenti di villaggi.

I chicchi di caffé stesi al sole, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

I chicchi di caffé stesi al sole, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Verso le savane del Kenya, e nei dintorni di Jinka, vivono decine di popoli, tra cui gli Ari e Benna, che sono agricoltori e artigiani, ma anche cacciatori ed abili apicoltori.

In realtà quasi tutte le popolazioni della Rift Valley amano allevare le api, e quindi non è possibile non godere del particolare spettacolo offerto dagli alveari appesi alle enormi acacie presenti nella Valle. Il miele, per queste popolazioni, è considerato un dolce finepasto nonché una preziosa merce di scambio.

Quando si pensa alla Valle dell’Omo, alla mente arrivano subito le immagini dei MURSI, popolazione davvero singolare, le cui donne, per bellezza, usano mettere piattelli circolari di argilla nelle labbra o nei lobi delle orecchie, mentre gli uomini hanno l’abitudine di scarificare il proprio corpo a seconda del numero di animali catturati o di nemici uccisi in battaglia. Gli uomini Mursi sono famosi anche perché bevono il sangue del loro bestiame. I Mursi adornano, poi, il proprio corpo con collane, braccialetti di perline e cavigliere di metallo, indossano gonnellini di pelle di animale e usano colorare il proprio viso con della crema chiara, disegnando forme strane sulle guance o sulla fronte. Questa popolazione, che
vive prettamente di pastorizia, è seminomade, e quindi in relazione alle stagioni, si sposta tra la zona del Tama e l’interno del Parco Nazionale del Mago. Giungere ai villaggi Mursi è complicato, soprattutto dopo la pioggia le strade sono scivolose, perché fangose e molto spesso le jeep si affossano. Io sono stata fortunata, perché, anche se la notte precedente aveva piovuto molto, la mia jeep è riuscita comunque ad arrancare, senza fermarsi, lungo i sentieri del Parco del Mago: lungo la strada, era curioso osservare appesi agli alberi degli alveari a forma cilindrica, fatti di corteccia di albero e sterco bovino o incontrare qualche donna Mursi con l’enorme piattello labiale inserito nel labbro inferiore o nell’orecchio. Indimenticabile, poi, è aver incrociato, nelle vicinanze delle pozzanghere, gruppi di farfalle coloratissime che svolazzavano allegramente, per poi riposarsi su esili steli di fiori.

Tanta era la mia emozione nell’incontrare la popolazione Mursi, quanta la mia delusione nello scoprire che molti Mursi da me incrociati si sono rivelati essere diffidenti e ‘accattoni’: appena vedevano turisti con macchinette fotografiche, si avvicinavano loro per chiedere delle monete (1 o 2 birr a scatto). Non ho scattato molte foto alla popolazione dei Mursi, non mi piaceva tanto che si mettessero in posa per lo scatto, però mi sono divertita ad osservarli da vicino. Avrei preferito fare come facevo con gli Himba o gli Herero in Namibia, scambiare frutta o altri doni in cambio delle foto!

Il piattello labiale è davvero impressionante: secondo alcuni antropologi, il piattello labiale è nato nel periodo della tratta degli schiavi, per imbruttire le donne Mursi; così, poiché i bianchi sceglievano solo donne perfette e senza difetti, queste donne con i piattelli sarebbero state scartate, perché non perfette. Col passare degli anni, poi, il piattello labiale è diventato, per i Mursi (e per i loro lontani parenti, i Surma, che vivono lungo i margini occidentali del Parco nazionale dell’Omo), sinonimo di femminilità e quindi ogni donna Mursi si sente molto più desiderabile in relazione alla grandezza del piattello labiale che possiede.

Bambino etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Bambino etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Mentre osservavo la vita del piccolo villaggio, i bimbetti che giocherellavano con le galline o le donne che lavoravano la farina, mi si è avvicinato un ragazzo Mursi che mi ha sorriso, si è presentato e mi ha
chiesto di scattargli una foto. Io gli ho detto che non l’avrei pagato, e lui mi ha risposto che era lui a chiedere a me di fotografarlo, ma in cambio desiderava ricevere la foto che avrei scattato, per email. E così abbiamo fatto amicizia, chiacchierato un po’ e lui mi ha spiegato che la sua popolazione ormai contava poche migliaia di individui, che ormai l’occidente, con le sue regole, le sue comodità, stava arrivando anche lì, nella Valle dell’Omo e che quindi lui possedeva un indirizzo email, aveva studiato (ed
infatti parlava inglese), ma, dopo gli studi, era ritornato nel suo villaggio, perché si sentiva troppo legato alla sua terra e perché era stato in città (Addis Abeba), ma lì, oltre i palazzi, il ‘cielo turchese non si vedeva mai’. E questa frase mi è rimasta impressa in mente e credo che non la dimenticherò mai.

Poi mi ha spiegato perché tutte le popolazioni della Valle dell’Omo chiedono i soldi per ogni scatto di foto: quando i primi turisti incontrarono queste ‘strane’ popolazioni, diedero loro dei soldi per fare delle foto e così è rimasta l’abitudine. Ora le varie guide cercano di cambiare questa abitudine, parlando con i capi villaggio, magari per stabilire tipo una ‘tassa’ da pagare per visitare i villaggi, anche perché, considerato che ogni foto viene pagata direttamente al fotografato, i fotografi scelgono per i loro scatti le donne più belle, o gli uomini più colorati, i bimbi più strambi, mentre gli anziani restano esclusi dagli scatti e quindi dalla possibilità di ‘guadagnare’ qualche soldino.

Il giovane Mursi mi ha portato a fare delle riprese in una loro capanna, a forma circolare, e poi, prima di andare, ha scritto il suo indirizzo email sul mio taccuino di viaggio, e mi ha salutato come si fa tra i Mursi.

Se, prima di partire, i Mursi erano, per me, l’ ‘attrazione’ del viaggio nella valle dell’Omo, una volta in loco, la popolazione che poi in realtà mi ha affascinata è stata quella degli HAMER, gente che vive di agricoltura e pastorizia. Gli hamer sono allegri, festanti, accoglienti, coinvolgenti, colorati, Si muovono stringendo fra le mani il “borkota”, appoggiatesta di legno: le donne acconciano i loro capelli con un miscuglio di ocra, acqua e resina e poi li intrecciano in sottili treccine, che scendono a coprire i loro visi sorridenti. Gli uomini, invece, se hanno ucciso di recente un nemico o un animale pericoloso, portano in testa delle piume di struzzo. Ma sono le perline coloratissime che attirano lo sguardo, affascinandolo:
uomini e donne hamer sono considerati maestri nella decorazione del corpo, indossano orecchini, collanine, bracciali e cavigliere di perline; gli uomini dipingono i loro visi colorandoli in maniera fantasiosa e portano, orgogliosi, tanti orecchini alle orecchie, quanti mogli possiedono. Le donne amano indossare capi riccamente ornati di conchiglie e anelli e caviglierine di ferro e amano ballare e cantare. Non è possibile, infatti, attraversare i loro villaggi e non fermarsi ad osservarle ballare, saltellando mentre cantano e mentre suonano, facendo incrociare i bracciali che hanno ai polsi. È gente coinvolgente.appena ti vede, ti invita a conoscerli, a ballare tra loro, ad acquistare la loro mercanzia, a condividere con loro il sacro momento del caffè, ti mostra le proprie abitudini.

Lavaggio dei panni in un fiume, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Lavaggio dei panni in un fiume, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Sono bravissimi artigiani, e cesellano finemente il metallo; le perline colorare rallegrano tutti i loro oggetti, da quelli personali, quali gonnellini o gioielli, a quelli domestici, quali le zucche, utilizzate a mò di recipienti o le ciotoline, ove esporre cibo.

I bimbetti più furbi, quelli che frequentano i mercati, si ‘attaccano’ al turista, (quello che si fa intenerire dalla povertà che spesso vede) e ‘fingono’ di essere tanto poveri da non poter andare a scuola, e ‘pregano’ il turista di acquistare loro il vocabolario di inglese, così potranno imparare la lingua e ‘uscire dalla loro povertà’, e molti turisti si fanno conquistare dagli occhietti dolci dei bimbetti furbetti, e seguono i bimbetti nella bottega ove si vendono i vocabolari, tra le varie merci, e così comprano ai ‘poveri’ bimbi il famoso vocabolario di inglese..poi appena il turista gira l’angolo, i bimbetti poverelli ritornano nella botteguccia ove è stato comprato il vocabolario e se lo rivende, lucrandoci un po’ e d’accordo con il negoziante!

Appena ho scoperto questa cosa, non ho potuto non ridere della furbizia dei bimbetti incrociati!

La città hamer più importante è Turmi, che in alcuni giorni prestabiliti della settimana, si riempie di gente, per il tipico, coloratissimo mercato in piazza: qui gli hamer si riuniscono per vendere di tutto: verdura, spezie, butto, latte ma anche le deliziose zucche incise dalle donne ed usate come cesti per la spesa, o borsette per il denaro.

Ciò che, però, degli hamer, mi è rimasto nel cuore è assistere alla cerimonia del ‘salto del toro’: questa cerimonia ha origini che si perdono nella notte dei tempi ed è tipica della popolazione degli hamer e dei banna, è la cerimonia di passaggio dei ragazzi da adolescenti ad adulti, dura tutto il giorno e coinvolge l’intero villaggio, attirando però anche persone di altri villaggi.

Assistere alla cerimonia del salto del toro, la vera cerimonia (non quella imbastita per i turisti!) è difficile: il periodo in cui si tiene in genere da va luglio a settembre e nel mese di dicembre. Anche in questa occasione, sono stata fortunata, perché mentre ero al mercato di Weyto (altra cittadina hamer), un ragazzino parlottava con dei compagni della cerimonia del salto del toro che si teneva in un villaggio non lontanissimo dalla piazza di Weyto. E così io e il mio gruppo, ci siamo messi in cammino verso la cerimonia, seguendo i ragazzini che accorrevano al villaggio: abbiamo camminato per oltre due ore, guadando piccoli fiumi e attraversando campi di sorgo e mais e finalmente siamo giunti in questo villaggio hamer, ove la cerimonia aveva già avuto inizio.

Questa cerimonia dura tutto il giorno, e si divide in ‘fasi’, nella prima c’è la preparazione: tutto il villaggio partecipa al ‘passaggio’ del ragazzo hamer da adolescente ad uomo, le donne preparano i fuochi, e il caffé, come i vari decotti (anche a base di leggeri stupefacenti), gli uomini, con l’anziana del villaggio, riuniti intorno al ragazzo che dovrà ‘saltare’, gli confidano i segreti del ‘giusto’ salto e gli danno coraggio, le ragazze della famiglia del ‘saltatore’ si preparano ad essere frustate, mentre le altre ragazze del villaggio preparano gli strumenti che suoneranno durante la cerimonia: trombette, campanellini da attaccare alle caviglie e sotto le ginocchia.

Popolazione etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Popolazione etiope, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

I preparativi durano tante ore, e solo quando il sole inizia a tramontare, il villaggio sembra esplodere di gioia ed attesa: tutti si riuniscono in uno spiazzo, per l’inizio; seduti in terra, le donne con i bimbi e i giovani, osservano giovani donne e uomini avanzare, facendo suonare campanellini e trombette, fino ad arrivare nello spiazzo, al centro, dove i giovani uomini dovranno frustare le giovani donne della famiglia del ‘saltatore’ sulla schiena, con frustini di giunco. Non dimenticherò mai questa scena, di certo cruda, ma molto affascinante: lo schiocco del frustino sulla schiena delle giovani ragazze, che sorridevano ad ogni frustata, fiere che il proprio fratello o familiare, tra poco avrebbe tentato di superare la prova per essere considerato uomo. Con il sangue che rotolava giù la nuda schiena, già piena di altre cicatrici e scarificazioni (che per le donne hamer sono sinonimo di femminilità), queste ragazzine seguivano il ‘saltatore’ verso le mucche, sui cui dorsi avrebbe dovuto superare la dura prova di coraggio.

Il saltatore viene preparato dagli uomini del villaggio e dall’anziana, che lo denudano degli abiti, e, con il suono di tamburi e trombette in sottofondo, lo accompagnano, nudo ed impaurito, al centro di un altro spiazzo, ove lo attendono decine di mucche, mantenute ferme, una dietro l’altra, dagli uomini del villaggio, che incitano il saltatore a aver coraggio e a diventare uomo.

Appena il sole scivola via dietro le montagne e la luna sale nel suo trono, in cielo, gli incitamenti per ‘saltare’ aumentano, sotto gli sguardi dei presenti, della gente dei villaggi e dei pochi turisti presenti: dopo varie urla degli uomini, per trasmettere al giovane, il coraggio e per invitarlo a saltare concentrato, il saltatore fa una corsa dal suo posto e salta sui vari e numerosi dorsi delle mucche tenute ferme dagli uomini del villaggio. La prova consiste nel ‘saltare’, cioè correre, almeno 4 volte sui dorsi delle mucche bloccate dagli uomini, senza mai cadere (è permessa una sola caduta) né avere tentennamenti, di corsa, fiero come il vento, ed altero, come un guerriero, davanti gli occhi di tutti. (Se il giovane cade più di una volta, mentre salta sui dorsi delle mucche, non sarà considerato uomo).

Superata la prova, gli applausi dei presenti sono fortissimi, le mucche scappano impaurite dalle urla e dallo strombettio delle trombette e dei campanelli, e il giovane saltatore, con un enorme sorriso e fiero di aver superato la prova di coraggio, va a stringere le mani dei presenti, mentre l’anziano del villaggio lo copre con un mantello di capra. Quando il giovane saltatore è venuto da me, soddisfatto della prova ed alla ricerca di consensi e complimenti, mi sono emozionata: stentavo a credere a quello che avevo
visto, è meraviglioso pensare come, pur essendo nel 2007, nella Valle dell’Omo, nulla è mutato da secoli e secoli: un ragazzo, per essere considerato uomo, deve dare dimostrazione di essere coraggioso in una cerimonia senza tempo.

Un altro spettacolo hamer altrettanto straordinario è la evengali, una danza notturna, ma per quanto ne abbia sentito parlare, non sono stata fortunata nell’incrociarla e ad essere sincera non mi piacciono gli spettacoli appositamente creati per i turisti..perchè sono solo rappresentazioni di cerimonie che però, spettacolarizzate, perdono magia e significato.

Altra popolazione ‘magica’ sono i DASANECH, che vivono ad Omorate, sull’altra sponda dell’Omo. Caratteristico è attraversare l’Omo, nelle imbarcazioni tipiche (tronchi scavati), mentre ragazzini Dasanech si tuffano nel fiume e accompagnano le barche dei turisti, per aiutarli a scendere dalle barche e per racimolare un po’ di soldini o caramelle. Ad Omorate il caldo è torrido e l’umidità sembra toglierti il fiato, perché Omorate è situato su una piana, poco sopra il fiume (l’Omo è comunque un fiume che scorre in una valle ove l’aria ristagna), non ci sono alberi che possono rinfrescare e l’unica ombra esistente è quella presente nelle basse capanne a forma circolare o sotto le tende ove riposano e si riuniscono gli anziani del villaggio.

Bambini dell'Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Bambini dell’Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

E poi ci sono i DORZE, famosi per i loro lavori di tessitura nonché per le caratteristiche abitazioni costruite come degli alveari, con canne di bambù e ricoperte di foglie di banana. Ogni abitazione è confortevole, spaziosa, alta; al suo interno vengono ospitati anche gli animali posseduti (mucche e
galline), poco lontano dai giacigli ove riposano gli abitanti della casa. Al centro della capanna vi è il perenne fuoco acceso, intorno il quale gli abitanti della capanna sono soliti chiacchierare e lavorare. I villaggi Dorze sorgono sui pendii dei Monti Guge, ed è una zona fredda e nebbiosa. Nel villaggio Dorze abbiamo visto come le donne lavorano il ‘finto banano’ (musa ensete), fino a farci delle ‘piadine’ etiopi così come, molte anziane, sedute fuori le proprie abitazioni, erano intente a filare il cotone (che coltivano), mentre i ragazzini, con in capo parrucche fatte con peli di capra, suonavano delle piccole chitarre di legno, le cui corde non solo altro che fili di cotone, (una di queste chitarre è ora appesa nella mia camera, accanto ad uno strumento boscimane!)

I KARO, imparentati con gli Hamer, dai quali hanno ereditato la lingua ed alcune tradizioni, sono una popolazione in via di estinzione in quanto conta pochi individui (circa 1000). I Karo abitano sulla riva orientale dell’Omo e un tempo allevatori, oggi sono prevalentemente agricoltori. Hanno una struttura fisica atletica, gli uomini e le donne sono alti e magri (gli uomini arrivano a superare anche i 1 metro e novanta) e adorano acconciare i capelli ed adornare il proprio corpo, usando collanine di perline colorate, infilando orecchini particolari ai lobi delle orecchie o sotto il labbro inferiore (alcune adolescenti, sotto il labbro inferiore, a mò di orecchino, infilano dei fiori di campo), o colorando il proprio corpo con gesso, per imitare il piumaggio a puntini della gallina faraona. Le donne si trafiggono il mento, sotto il labbro inferiore, con un chiodo o un bastoncino di legno. Le capanne dei Karo sono circolari, basse: per entrarci, infatti, ci di deve chinare e gattonare. Il villaggio Karo da me visitato era situato su un’alta collinetta, che dominava l’Omo dall’alto, tra verdi alberi, e ricchi cespugli. Credo di essere stata oltre mezz’ora, seduta su un ramo spiegato, ad osservare il lento scorrere dell’Omo, color fango, attorniata dai nudi bimbi che chiedevano caramelle ed erano curiosi di osservare il fiume attraverso la mia macchina fotografica.

Bambina, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Bambina, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

I KONSO, infine, vivono fra le colline a sud del lago Chamo. Popolo di agricoltori, sono celebri per i loro campi abilmente lavorati: ordinati terrazzamenti di pietra protetti da solide palizzate di pietre contraddistinguono le loro terre scavate da profonde erosioni. Bellissimi i loro villaggi, solidissime le loro capanne: i villaggi sorgono soprattutto su alte e fresche colline, da cui si gode di panorami mozzafiato. Oltre ad essere abili coltivatori di mais, sorgo, fagioli, patate, banane, caffè sono anche bravi musicisti. Suonano flauti, panciute e piccole chitarre, e tamburi, nelle ore del tramonto e fino a sera, molto spesso innanzi ai loro ritrovi.

E’ l’unica popolazione, tra quelle che vivono nella Valle dell’Omo, a ‘onorare’ i propri morti, e ad avere il culto degli antenati, costruendo i ‘waga’, totem di legno raffiguranti i guerrieri konso (i totem dei guerrieri sono molto grandi, e viene raffigurato anche l’ornamento fallico), circondati dalle propri mogli (i totem femminili si riconoscono perché sono raffigurati corpi con collane e seni), nemici (di dimensioni più piccole e senza ornamento fallico) e animali che hanno ucciso in vita (ad esempio leopardi). I waga raccontano la vita, la storia, il passato di un grande defunto, di un eroe, di un uomo importante. Gli occhi dei totem sono gusci d’uovo di struzzo o conchiglie. Osservare e studiare da vicino i waga è davvero emozionante, soprattutto se si considera che ne restano ancora pochi: troppi sono i waga rubati per poi essere rivenduti a turisti.

Il viaggio continua: TERME DI WONDO GHENET – LAGO CHAMO.

Dopo numerose serate trascorse nella Valle dell’Omo, a dormire in tenda, a godere dei cieli stellati della Valle, siamo giunti, a bordo delle jeep, e dopo numerosissime fermate per osservare il ‘fiume rosa’ e per acquistare caschi da banane (1 casco di banane costa poco più di 1 euro!), mango, ananas, (tutta frutta dolcissima e appena raccolta!), miele grezzo, o oggettini vari (macchinine e camion creati dai bimbi Borana dalle pietre di tufo, o braccialetti di perline colorate Hamer, o le bamboline dei Konso, i mantelli dei Dorze), a Wondo Ghenet, luogo incantevole non lontanissimo dalla Valle dell’Omo, in cui sorgono delle terme di acqua calda.

Popolazioni dell'Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Popolazioni dell’Etiopia, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Quest’acqua calda, che esce naturalmente e forma numerose cascatelle, confluisce prevalentemente nelle due piscine degli stabilimenti costruite all’interno di un bel parco, poco lontano dall’hotel. L’hotel ove ho soggiornato (Wabe Shebele, un hotel di proprietà dello Stato), distante cinque minuti dal complesso termale, era immerso in un parco stupendo, ove eucalipti e pini abissini dominavano su bassi arbusti di fucsia boungavillae e di altri cespugli di fiori, tra cui i profumatissimi lantano. Sugli alberi giocavano columbus e scimmiette, che la mattina davano la sveglia, con le loro urla allegre, ai turisti.

Passeggiare in questo parco e rilassarsi nelle piscine di acqua termale è stato molto rilassante, nonché sosta necessaria alla fine di un lungo viaggio stancante.

Altrettanto rilassante è stato navigare nel lago Chamo. Il lago Chamo si trova a sud della Rift Valley, ed è separato dal Lago Abaya da una lingua di terra, dalla cui cima, detta ‘Ponte di Dio’, si gode di uno stupendo panorama dei due laghi, considerati da molti tra i più belli d’Africa (io ne ho visti di più belli).

Navigare, nelle pigre e vecchie barche, nel lago Chamo è stato rilassante: baciati dal caldo sole pomeridiano, comodamente seduti e coccolati dal rollio della barca, osservavamo ippopotami quasi completamente immersi nel lago, seguirci con gli occhi, mentre facevano ruotare le proprie minuscole orecchie, e coccodrilli riposare lungo i bordi del lago, o seguivamo i voli lenti dei pellicani e degli aironi che, dopo aver volteggiato nei cieli turchesi, venivano a rilassarsi nel lago.

Il viaggio continua: BALE MOUNTAINS NATIONAL PARK – GROTTE DI SOF OMAR.

E dopo la sosta alle terme, masticando chat, (stimolante anfetaminico) e mangiucchiando mature e dolcissime banane e mango, di nuovo in jeep verso i Monti Bale, attraversando Shashamene, che è una cittadina molto trafficata, anche perché crocevia di strade che collegano il nord al sud e l’est all’ovest: essendo passaggio obbligato di molti, è una cittadina allegra, caotica, sporca, rumorosa, ricca di bar e ritrovi, nonché di negozi di musica a tutto volume. E’ anche famosa per la comunità di Rastafariani più numerosa d’Africa.

Vasto oltre 2400 km, il Parco Nazionale dei Monti Bale vale da solo il viaggio in Etiopia: questi monti, infatti, formano un ecosistema unico. L’altitudine e l’isolamento geografico hanno permesso la conservazione di alcune specie endemiche di questa regione, caratteristica è la vegetazione afro-alpina; sull’altopiano del Sanete non è raro incrociare il lupo rosso del Simien da cui probabilmente derivano tutte le razze di cane dell’Africa. Oggi, purtroppo, il lupo rosso del Simien è in via di estinzione: troppe sono le uccisioni dei lupi ad opera di allevatori dei villaggi situati sui monti, convinti che questi lupi possano trasmettere ai propri cani (con cui si incrociano) delle malattie. In realtà sono proprio i cani degli allevatori, che non sono soliti vaccinare i propri animali domestici, a trasmettere ai lupi la rabbia ed il cimurro. Oltre il lupo etiopico (molto più simile ad una rossa volpe!), altra specie endemica che vive nei boschi dei Monti Bale è il nyala di montagna.

Bambino, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Bambino, Etiopia. Autore e Copyright: Marilisa

Dai Monti Bale si godono di panorami mozzafiato: dall’alto delle montagne, mentre una brezza fresca ti penetra nelle ossa (le temperature variano dai 10° ai 26°, a seconda dei periodi dell’anno), puoi osservare come i fiumi si insinuano nelle montagne, creando profonde gole o si allungano, pigramente, nelle ampie vallate, o il tuo sguardo si perde nei lunghi ed ampi altopiani dorati di coltivazioni di orzo e grano o verdissimi di piante di caffè e frumento. Affascinante è osservare come la popolazione locale, gli Arussi, come proprio mezzo di trasporto, utilizza i cavalli: le urla di incitamento al galoppo dei pastori locali, bardati e avvolti in coloratissimi mantelli, riecheggiano nelle valli e nell’osservare queste scene, ed inspirando la fresca aria di montagna, dimentichi di essere in Africa, e ti sembra di vivere un’avventura andina.

Fare trekking sui Monti Bale è rilassante e affascinante: mentre passeggi, protetto dal freddo da comodi scialli acquistati nei mercati di Goba, tra gli alberi o tra gli arbusti di erica, puoi incrociare timidi antilopi e talpe giganti, facoceri e gazzelle.

Le Grotte di Sof Omar sono considerate le più grandi caverne sotterranee del mondo e si trovano poco distante da Goba. Le grotte sono enormi, magiche: per i musulmani sono luogo sacro, per noi visitatori, è affascinante osservare come l’acqua del pigro fiume si incanala nelle grotte, e si specchia nelle volte alte delle caverne. Poco lontano dalle Grotte, c’è il fiume Wabishabele, sulle cui sponde la popolazione locale ama rilassarsi, tuffandosi nelle acque verdi del fiume, o fa abbeverare i propri animali, tra cui mucche e cammelli, oppure, mentre le donne sono occupate a lavare e stendere sulle rocce i propri panni, i bimbi giocano, tuffandosi dalle rocce, nelle acque del fiume.

Salutate le popolazioni della Valle dell’Omo, lasciati i lupi dei Monti Bale, di nuovo in jeep verso Addis Abeba, attraversando il Ponte sul fiume Weyto (crollato all’andata, per cui siamo stati costretti a percorrere una lunghissima strada per raggiungere Arbaminch), salutando i ragazzini che correvano festanti dietro le nostre jeep, incrociando villaggi ove si festeggiavano dei matrimoni, fermandosi a bere un caffè in localini tipici ove le fioriere erano rallegrate e colorate dai tappi corona di metallo delle bottiglie, e i vasi contenenti di fiori erano vecchi barattoli di piselli, abbiamo trascorso la nostra ultima serata etiope in un ristorante tipico, a gustare le focacce ‘njera e il falso banano e a ascoltare musica etiope, ma con la mente ed il cuore ancora persi nella Valle dell’Omo.

Ed ancora una volta dopo ogni mio ritorno a casa da un viaggio africano, non faccio che rivivere, anche scrivendo, il viaggio appena concluso e a sognare il prossimo.

E come ho imparato a dire in Africa, durante ogni mio viaggio, ove per quanto tu possa avere dei programmi, è davvero difficile che riesca a seguirli e realizzarli tutti, a causa di vari imprevisti, che può essere una giornata di pioggia, un fortunato evento, quale il salto del toro, un delizioso matrimonio o un ponte caduto…ritornerò presto nel Continente Nero!???…. Inshallah!

INFORMAZIONI UTILI:

Il viaggio in Etiopia (“La Valle dell’Omo e il Parco Bale”, acquistato dal tour operator Azalai Expedition, che ha come corrispondente in loco la Medir Viaggi – tour operator di una italiana -, con sede in Addis Abeba) ha avuto una durata di 15 giorni/13 notti, con sistemazioni con pernottamenti in tenda (3 notti, che poi si sono trasformate in 4, a causa di un ponte sul fiume Weyto crollato e quindi sistemazione in campo di ‘fortuna’) e in hotel (10 notti, poi ridotte a 9), e con trasporti in fuoristrada. Volo con Ethiopian Airlines (Roma – Addis Abeba). Periodo 20.12.06 – 03.01.07.

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